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(Filippo Guzzardi) Il protocollo firmato il 6 novembre scorso tra Eni e le altri parti in causa, prevede compensazioni al territorio gelese per un ammontare totale di 32 milioni di euro. Spetta alle amministrazioni, secondo quanto precisa lo stesso protocollo, presentare una serie di progetti sottoponendoli al vaglio del management del “cane a 6 zampe”.

Sarà pertanto comunque l’Eni, in ultima istanza, a decidere se e quali finanziare. E’ opinione di chi scrive che la presentazione di più progetti porti con sé la conseguenza di più iter procedurali da rispettare. Il che, dalle nostre parti è sovente un “lusso” che non possiamo purtroppo permetterci, se vogliamo essere celeri nell’emergenza. Sicché noi, per dirla tutta, siamo convinti invece che anche a fronte di un solo progetto, ben congegnato ed associato ad un “vero” sviluppo del territorio, nonché seguito da un percorso procedurale chiaro e già definito (leggasi “accordo di programma” e successivo “protocollo d’intesa” nella sede del Miur fra i promotori-soci), si possa correre il rischio di impiegare persino l’intera somma a disposizione (32 milioni di euro). Ci riferiamo, cioè, all’ipotesi di un distretto tecnologico a Gela. Di cosa si parla? I distretti tecnologici italiani nascono dall’intesa tra enti pubblici territoriali e governo nazionale (attraverso il Miur) al fine di accrescere il livello tecnologico e la competitività del sistema produttivo locale, regionale e, conseguentemente, dell’intero paese. Un approccio bottom-up che si sostituisce al top-down in gran voga nei modelli industriali ed organizzativi del secolo scorso. I distretti tecnologici, quindi, sono reti organizzative che presuppongono, il più delle volte, la presenza sul territorio locale di almeno un’industria leader (di forte rilevanza economica e sociale) che opera in comparti hi-tech; la presenza sul territorio regionale di competenze diffuse (Università, Parchi Scientifici, Pmi, ecc.), prevalemente in settori affini e/o direttamente collegati al campo di attività dell’industria leader; la presenza di risorme umane e manodopera altamente specializzata; un organismo di governance al centro del network interorganizzativo. La mission è quella di supportare la competitività in un determinato settore in cui si decide di investire sul futuro dell’industria leader, a sua volta driver tecnologico che alimenta piccole e medioimprese, ovvero ulteriori incubatori di imprese, istituzioni universitarie, enti scientifici e così via. E’ l’accordo di programma che definisce visione, modello organizzativo e scopo. La soluzione può essere benissimo quella di un’associazione senza scopo di lucro attraverso la formula di una Scarl. Di distretti tecnologici in Italia ne esistono diversi, dislocati in varie regioni. In Sicilia ve ne sono già tre: Agrobiopesca (agrobio e pesca ecocompatibile), Navtec (trasporti navali da commercio e diporto) ed Etnavalley (micro e nanosistemi). Prendiamo ad esempio il vicino distretto tecnologico Etnavalley di Catania: gli attori principali (iniziali) sono il Miur, la Regione siciliana, le amministrazioni provinciali e comunali di Catania, Palermo e Messina, le università di Catania, Palermo e Messina, la STMicroelectronics. Si tratta di una “minima configurazione standard”, che non esclude a priori altri soggetti. Oggi ne fanno parte altre istituzioni, organizzazioni ed associazioni. Tanto per intenderci, all’imprescindibile presenza di un’azienda leader del settore (come STMicroelectronic nel caso in esame), occorre affiancare la presenza iniziale almeno di enti pubblici territoriali (Regione e Comuni) ed enti universitari (Catania, Palermo e Messina). L’esempio etneo è calzante giacché la STMicroelectronics entrata per la prima volta in seria difficoltà qualche anno fa (a causa di una crisi internazionale nel settore), è riuscita a resistere ed oggi financo a riprendersi (nuove commesse) grazie anche (ed aggiungeremmo soprattutto) all’intervento delle autorità locali inserite nel cluster tecnologico, con azioni mirate esclusivamente nella direzione di un rafforzamento competitivo su scala globale. Orbene, considerata l’esigenza di Eni nel portare avanti a Gela un processo di riconversione industriale verso una raffinazione green, l’idea che abbiamo l’ardire di proporre sarebbe quella di coinvolgere la stessa multinazionale italiana nel non sprecare ed anzi al contrario nello sviluppare quel che resta di una realtà industriale da riconvertire, in direzione di un distretto tecnologico “greentech” che punti a legare ricerca (elaborazione) e produzione innovativa (costruzione), giusto nel campo dei “Sistemi per l’Energia e l’Ambiente”: sistemi destinati cioè alla conversione dell’energia nelle sua varie forme: da quelle tradizionali a quelle alternative (solare, biomassa, eolica, rifiuti solidi urbani ed industriali, ecc.), con rispettivi stakeholders che non si faranno certo pregare (ne siamo convinti) nel partecipare in maniera interessata. Questo tipo di scelta, a nostro modesto avviso... continua a leggere (Pag. 4).