Menu

(Redazione OC) In occasione della Pasqua 2015, appena trascorsa, la nostra redazione, nel continuare il percorso intrapreso da cinque anni a questa parte e cioè quello di rivalorizzare le tradizioni culturali e religiose del popolo gelese, ha incontrato il signor Nunzio Cilindrello (in foto) con cui abbiamo intrapreso un piacevole dialogo sui metodi e sulle emozioni cui suscitano i riti della Settimana Santa gelese.

Nunzio Cilindrello è stato uno dei “senatori” ed ex organizzatore dei cosiddetti Marinai gelesi, oggi gestiti da Don Giovanni Tandurella ed il Cav. Orazio Sciascia, di concerto organizzano le attività soprattutto del Venerdì Santo in occasione della deposizione del Cristo morto nella Sacra Urna. Sposato, padre di tre figli, Angelo, Riccardo e Ignazio, nonno e prossimo bisnonno; vanta oltre cinquant’anni di lavoro in mare e con emozione ci rivela alcuni passaggi in merito alla sua esperienza di vita durante la Settimana Santa. I riti tradizionali a Gela iniziano con la Domenica delle Palme dove in tutte le Parrocchie vengono benedette le palme ed i ramoscelli d’ulivo distribuiti assieme al programma delle attività liturgiche. Il Lunedì Santo ed il Martedì Santo la Chiesa Madre, che è stata inaugurata da poco tempo dopo i recenti lavori di restauro, in tutto il suo splendore, diventa la casa di tutto il popolo gelese ove in queste due giornate si preparano le attività e si susseguono incontri spirituali. Si giunge così al Mercoledì Santo dove hanno inizio ufficialmente i riti pasquali con le sacre processioni delle effigi del Cristo caricato della Croce e della Madre Maria Addolorata, portate a spalla da fedeli, devoti ed appartenenti a gruppi e comitati ecclesiastici. La processione si avvia dalla chiesa Madre alla Chiesa per raggiungere la Chiesa del Rosario. Il Giovedì Santo è un giorno dedicato all’antica tradizionale devozione del bacio dei piedi al Cristo ed all’Addolorata che accolgono i fedeli presso la Chiesa del Rosario. A sera le Sacre immagini raggiungeranno nuovamente la Chiesa Madre non prima di una lunga processione liturgica dove si attraversano diverse vie del centro cittadino. A fine processione, tradizione vuole che i fedeli fanno visita i Sacri Sepolcri che tutte le Chiese della Città addobbano in occasione delle celebrazioni della Pasqua. E siamo al Venerdì Santo, il culmine dei riti della Settimana Santa gelese. “Dopo sessant’anni, dice Cilindrello, ancora provo le stesse emozioni come quando ero bambino, alcuni aspetti tradizionali sono stati persi ed in alcuni casi la stessa Chiesa vietò negli anni alcune ricorrenze. I miei nonni mi raccontavano che i Marinai gelesi, in passato, oltre alle casacche color avorio indossavano anche pantaloni alla zuava con fiocchetti rossi e trasportavano l’Urna a piedi scalzi”. Dapprima c’era la tradizione della lingua a strascinuni e cioè un’antica devozione dove i fedeli, per grazia ricevuta, si inginocchiavano ai piedi della Croce sotto il Calvario e leccavano il pavimento in segno di ringraziamento, provocando così escoriazioni, sanguinamenti ed infezioni. Oppure le mamme gelesi, per ringraziamento di opere miracolose, vestivano i propri figliuoli come il Cristo, con la tunica azzurra, la croce e la corona di spine al capo. Queste ultime usanze descritte oramai non vengono più espletate poiché le stesse Istituzioni ecclesiali ne hanno severamente vietato le attività. Dopo i primi riti religiosi che iniziano già alle 6.00 del mattino del Venerdì Santo ci si prepara per il tradizionale viaggio di Gesù al Calvario, dove alle ore 12.00, in una atmosfera di particolare emozione, ove si respira l’unione del popolo gelese, avviene la Crocifissione. Intorno alle 15.00 i Marinai si radunano per trasportare l’Urna Sacra di fronte la facciata sud della Chiesa Madre. In un tramonto particolarmente cupo, intorno alle 19.00 il Cristo morto viene sceso dalla croce e consegnato da quel momento in poi nelle mani dei Marinai gelesi che con estrema attenzione e particolare devozione se ne prendono cura e lo depositano all’interno dell’Urna Sacra... continua a leggere (Pag. 7).