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(Kevin Cafà) Sono trascorsi almeno 20 anni, se prendiamo come data di riferimento il trattato di Schengen, da quando l’immigrazione si è presentata ai parlamenti e governi europei come un problema. In questo lasso di tempo i Governi dell’Ue hanno cercato di far fronte a questo “stato di emergenza”, attraverso l’elaborazione di politiche sull’immigrazione orientate verso la limitazione dell’accesso di cittadini provenienti da

diverse aree del mondo extra-europeo, anziché cercare di comprendere a fondo le cause e i motivi che spingono esseri umani a lasciare la propria terra d’appartenenza per emigrare verso il nostro continente. L’Unione Europea e i suoi stati membri, attraverso la sottoscrizione congiunta di patti, quali Trattati e Convenzioni, legati al rispetto universale dei diritti dell’uomo, si è fatta promotrice del riconoscimento di tali diritti a chi per diversi fattori di natura socio-politica non può usufruirne nel proprio paese di origine. Spesso in Italia, la figura dell’immigrato viene ridotta e confezionata dai media come complessiva e sommaria, senza prendere in considerazione l’importanza del fenomeno, e le dinamiche cause-effetto che l’immigrazione genera nell’economia italiana. Il pensiero ricorrente degli italiani riguardo a questo tema, è appunto di natura economica più che sociale. Quanto grava sulla spesa pubblica dello Stato Italiano la creazione di centri d’accoglienza e la gestione degli Sprar? Il pensiero razzista che spesso riecheggia nella nostra società e si accentua in questo periodo di crisi del mercato del lavoro, scaturisce anche dalla cattiva informazione che spesso viene fornita dai media sostenitori di tale tesi, i quali per troppo tempo hanno preferito abbozzare cifre - spesso non riscontrabili - sui costi dell’immigrazione in Italia, senza preoccuparsi di indagare su chi materialmente gestisse tali somme e in che modo. In questo senso dall’indagine congiunta svolta dalla Procura di Catania guidata da Giovanni Salvi e della Procura di Caltagirone guidata da Giuseppe Verzera sul Cara di Mineo, oltre ad essere una questione giudiziaria, si è rivelata una questione politica. Ma nulla di nuovo. Per piu’ attenti osservatori della politica italiana, forse non sarà stata una sorpresa vedere accostate tali vicende all’inchiesta “Mafia Capitale” di qualche mese fa, da cui è emerso che sia in Sicilia che nel Lazio, il consenso elettorale si regge sul sistema di protezione per i richiedenti asilo. Sembra assurdo per certi versi, ma cosa può accomunare la disperazione della gente che scappa dalla guerra e la politica locale? Potrà sembrare quasi riduttivo rispondere a questa domanda, se si inquadra la questione all’interno del modo clientelare di fare politica all’italiana: vale a dire, i posti di lavoro. Stiamo parlando di un settore delicato dove la mancanza di formazione dei lavoratori che operano in questo settore non porta benefici ai destinatari. Ma il problema centrale è un altro e va oltre la formazione del personale impiegato a Mineo... continua a leggere (Pag. 9).